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giovedì 21 luglio 2011

AMORE IN BIANCO E NERO GALLERIA GHIRRI CALTAGIRONE


Memorie fotografiche dello stare in due

Fratelli ALINARI, Antoine et Marie, 1910 © Collezione A.G.

“Amor, ch'a nullo amato amar perdona.”
Dante ALIGHIERI, Inferno, Divina Commedia, 1304/21

SPAZIO ESPOSITIVO:
Galleria Fotografica Luigi GHIRRI, via Duomo 11 c/o Corte Capitaniale (95041) Caltagirone CT,
info + 39 334 3358978 + 39 333 2419089

TITOLO DELL’EVENTO: Amore in bianco e nero. Memorie fotografiche dello stare in due

DATA DEL VERNISSAGE: sabato 23.07.2011, ore 19.30

DATA DI CHIUSURA: domenica 04.09.2011

ABSTRACT DI PRESENTAZIONE: Un dipinto per quarantuno immagini storiche di coppie colte in momenti più o meno ufficiali; scatti che fissano istanti tracciando una piccola storia fotografica dell’amore tra XIX e prima metà del XX secolo attraverso sguardi, posture o teneri abbracci per un sentimento che, da sempre, si desidera eterno

ORARI D’APERTURA: lun./dom. 9.30 -12.30, 16.00 -19.00

BIGLIETTO: ingresso libero

APPARATO CRITICO: Marina BENEDETTO, Pippo PAPPALARDO

PATROCINI: Città di Caltagirone CT

COMUNICATO STAMPA: Attilio GERBINO, attiliogerbino@libero.it

CURATORI: Sebastiano FAVITTA, favitta.sebastiano@tiscali.it Attilio GERBINO, attiliogerbino@libero.it

ARTISTI: W. ADLER, ALINARI, Anonimi ITALIANI, Anonimi USA, CAMPAGNA, S. CHISARI, E. COLLERÀ,
F. CONSOLI, A. FINE, C. GANG, A. GAUTHIER, L. GIULIANA, E. HILL, G. INCORPORA, E. INTERGUGLIELMI,
O. KÖHLER, W. KȔBELER, F. LEFEBVRE, F. MULIN, N. PETILLO CONTI, RANEY, A. STRANDBERG,
P. THOMPSON, TINA, K. A. GOUMY, P. VUCCINO & CO, VUILLEMENOT MONTABONE

RINGRAZIAMENTI: Assessorato alle politiche culturali, città di Caltagirone e
Sergio VINCI – di Riesi – senza la cui disponibilità ultima, sarebbe arduo dar seguito alle mostre della Galleria Ghirri

“Se tu non mi ami, non importa, sono in grado di amare per tutti e due.”
Ernest HEMINGWAY

“Solo una mesta foto ingiallita, fra le mie dita?”

Che gli affetti e i legami sentimentali sarebbero finiti dentro una fotografia è stata la più facile delle previsioni. L’invenzione dello strumento fotografico sottintendeva già il desiderio di una risposta positivistica, scientifica, al dissolversi del tempo, al dissiparsi delle certezze, al “cupio dissolvi”. Cosa di meglio, allora, di un ritratto fotografico per realizzare al meglio le potenzialità espressive di un consenso formale, di un contratto sottoscritto, di un sacramento celebrato, di una relazione pubblica accettata, di un legame condiviso? Forse che davanti alla fotografia, dentro la medesima, ogni privato non diventava pubblico?

Quei comportamenti, infatti, che nella cerchia delle pareti domestiche potevano essere percepiti da pochi intimi, nell’immagine fotografica subivano una codificazione che li avrebbe resi comprensibili da tutti. Tra i soggetti fotografati e coloro che li avrebbero guardati in fotografia s’instaurava, infatti, una relazione di conoscenze che finiva per ristabilire l’ordine materiale, sociale e, mi sia permesso, spirituale.

Che cosa contraddistingue queste coppie, in queste vecchie immagini? Che cosa dà l’idea di un’unione, di un patto tra loro? Semplicemente il fatto che appaiono solo loro; sono loro i protagonisti della probabile scena, con i loro sguardi, i loro abiti, i loro essenziali accessori. Il fotografo, a parte in qualche realizzazione curata in studio, si è limitato al consiglio classico di guardare dentro l’obiettivo e di non muoversi: guardare chi ci guarderà e stare immobili quasi a non far trasparire l’emozione o il sentimento. Come volevasi dimostrare. Questa è la coppia pubblica non certo quella privata: questa arriverà con l’istantanea, con l’uso popolare e dilettantesco della fotografia (come apprezziamo in altri reperti) e, finalmente, darà ragione anche alla sostanza oltre che alla forma.

Per molto tempo, però, la fotografia per la coppia fu la “posa” e, dentro quest’accorgimento tecnico, fu la necessità di conformarsi ad un’iconografia riconoscibile e condivisa. Nell’icona, ripetuta e perseguita tramite la messa in posa, si potevano nascondere o omologare le differenze, si appariva per come si voleva, per sé e per gli altri, e la fotografia aggiungeva qualcosa di definitivo all’unione degli affetti e dei patrimoni, augurandosi, semmai, di essere replicata negli anni a venire, quasi a dire che “tutto era andato bene”, il benessere era cresciuto, le pance pure, e l’unione era servita, così come “quella” fotografia.

La pratica fotografica del ritratto di coppia segue, quindi, il crescere dell’istituzione familiare, del formale matrimonio e dei successivi rituali appuntamenti. Abbiamo, dapprima, i promessi fidanzati che, come tali, si presentano agli amici ed ai parenti tramite il regalo di un prezioso cartoncino fotografico; abbiamo la coppia dei nubendi che si esibisce in un momento di legittima soddisfazione sociale; abbiamo le immagini in cui forte traspare il senso di appartenenza quasi a ribadire “questo è il mio consorte”, oppure “questa è mia moglie”. E nessuno si sottrae a questa iconografia, anzi è un gioco continuo d’imitazioni nel quale, individuati i modelli (la coppia regale, gli attori del momento), possiamo dilettarci per il numero di varianti e per i travestimenti.

Una cosa appare evidente in questa immagine: tutti quelli che in esse sono coinvolti hanno fiducia nello strumento, si fidano di una fotografia che intende documentare, narrare e riesce a farlo in maniera bella, anzi più bella che non nella realtà. Ma allora è una falsa fiducia? Non lo sapremo mai, perché queste fotografie ci permettono uno “studium” della persona, dei fenomeni, dei contorni ma davanti ad essi poi ci dobbiamo fermare. Il “punctum” invece .... beh, quello intercettatelo nell’unica immagine liberamente composta dalla nostra Lisa GIULIANA che trae ispirazione si da queste immagini ma contamina la sua rivisitazione dell’espressionismo tedesco con gli echi tenerissimi di CHAGALL (chiedo perdono per la libera reminiscenza e per l’altrettanto libero accostamento).

Per adesso, la tenerezza di uno sguardo, l’esibizione del gioiello donato, la vicinanza dei corpi ci parlano d’amore? Non vogliamo apparire cinici ma queste coppie affrontano la prova fotografica della loro unione come si affronta un pericolo. L’istantanea dei nostri giorni, per nostra constatazione diretta, coglierà meglio il riflesso dei sentimenti e la verità delle emozioni.

Qualcuno mi dirà che i baci più o meno appassionati richiesti oggi ai protagonisti delle nozze da ogni fotografo improvvisato non sono meno veri di questi ritratti cui possiamo dare, a mo’ di primogenitura, i caratteri assiomatici degli Arnolfini della pittura fiamminga o il verismo di Paquio Proculo e consorte degli affreschi pompeiani: sarà! Mi piace, però, immaginare che nelle fotografie l’unione dei corpi e delle anime che si amano sia evidente: piace insomma che il privato sia reso pubblico, sia comunicato al mondo. Qui, in questi preziosi avanzi di Attilio GERBINO e Sebastiano FAVITTA, il privato resiste.


Ma, forse, non per questo è nata la fotografia: forse essa serve a “futura memoria” per dire che ci fu un giorno in cui ..Lisa GIULIANA


Già: “di voi che resta antichi amori giorni di festa giovani ardori, solo una mesta foto ingiallita, fra le mie dita”


Charles TRENET – Franco BATTIATO, Que reste-t-il de nos amours? – Che cosa resta, 1942 – 1999


Pippo PAPPALARDO

per la Galleria Fotografica Luigi GHIRRI




La Galleria Fotografica Luigi Ghirri di Caltagirone CT,
da oltre dieci anni promuove la cultura fotografica attraverso l’opera di autori contemporanei e, pur avendo generato il MUSEF – il Museo della Fotografia Storica e Contemporanea – di Caltagirone, anche quest’anno, come nel giugno del 2010 con un’analoga mostra singolare e accattivante, opera una ricognizione nella fotografia storica indagando un tema tanto caro e ricercato quanto selvaggiamente banalizzato – l’amore – il tutto per tracciarne, più che una mappa accurata, un singolare abbozzo dove l'unica tela di Lisa GIULIANA, valente pittrice siciliana contemporanea, offre la chiave di lettura e declinazione di una sorta di estetica dell’immagine di coppia in questa selezione di fotografie, appartenenti a due collezioni private siciliane, che spaziano tra la fine XIX e la seconda metà del XX secolo.
Se ogni mostra è un viaggio di scoperta e se una bussola necessita ad ogni peregrinare, in questa nuova proposta Ghirri, serendipicamente, un dipinto ci accompagna e, idealmente, ci conforta. L’Ottocento e il Novecento non hanno completamente esaurito la querelle tra pittura e fotografia ma resta indubbia l’osmosi profonda che lega le due arti e la ricerca che le sottende: il dipinto di GIULIANA gioca con gli sguardi e l’amore ammicca indiscreto con tutta l’audacia che il seduttore riesce a manifestare e, parallelamente, la fotografia consegna all’immortalità delle immagini icone in bianco e nero orfane delle vite … e dei sentimenti che rappresentano.
Nelle stampe, come in ogni dove, le coppie si arrendono all’obiettivo portando con sé solo la loro fisicità e ciò che la ospita, sia essa una ricca scenografia o un anonimo fondale: si mira e si è mirati guardando al futuro e all’eternità di quell’amore che infiammandoci azzera il tempo e lo spazio. Fortunosamente sopravvissute agli uomini e alle loro vite le fotografie, decantate come preziosi nettari divini, si offrono alla curiosità del presente come reliquie parzialmente mute. Nascondono storie e vite e amori … tutto, o niente, solo per chi sa ancora ascoltare le immagini.

Sebastiano FAVITTA, Attilio GERBINO
Galleria Fotografica Luigi GHIRRI


“Ti prego, grazioso mortale, canta ancora.
Il mio orecchio si è innamorato delle tue note come il mio occhio è rapito dal tuo aspetto.
Il potere irresistibile della tua virtù mi spinge fin dal primo sguardo a dirti, anzi a giurarti che t’amo.”

William SHAKESPEARE, Sogno di una notte di mezza estate, 1595 ca

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